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link.png Mini alla Dakar 2014, incontro a Monaco di Baviera


tavola rotonda miniUna Monaco di Baviera soleggiata e con un clima mite ha accolto oggi la tavola rotonda organizzata in BMW dalla Mini, per parlare, ovviamente, di Dakar 2014. Un angolo allestito appositamente per un piccolo gruppo di giornalisti che hanno avuto la possibilità di sottoporre ad un fuoco incrociato di domande Mister 11 Dakar, Stephane Peterhansel ed il senior vice president di Mini, Jochen Goller.

Tutto parte dal risvegliato interesse di Mini per la Dakar, perchè probabilmente anche loro si sono accorti che vincere le Dakar serve a qualcosa a livello di mercato. Così mentre prima era solo il team X Raid con le sue forze a fare tutto, al punto da venire apostrofato come team semi ufficiale, oggi Bmw, e quindi di conseguenza Mini, adotta a tutti gli effetti il team e la Dakar. "Vogliamo continuare a vincere - ha detto Goller - perchè la Dakar adesso è diventata veramente una bella sfida e offre prospettive molto interessanti per il mercato". Messo in ombra il progetto rally dunque, ora Mini si focalizza sulla Dakar perchè, come specifica chiaramente Goller, "non siamo un istituto di beneficenza, a noi interessa vendere". E lo provano diverse cose. Per esempio l'inserimento nel team di un equipaggio cinese, appoggiato ovviamente da Mini Cina. "Sono stato cinque anni a lavorare in Cina - prosegue Goller- a Pechino e nel 2004 vendevamo 500 Mini. Oggi il mercato cinese significa per Mini 28 mila vetture vendute". Al primo posto nel mercato Mini ci sono gli Stati Uniti (a quando un americano nelle fila del team?), quindi la Gran Bretagna e poi la Germania, ma la pubblicità ed il ritorno positivo che garantisce la Dakar è unico al mondo e per questo, conferma, "Mini è concentrata sulla Dakar".

Mini a MonacoPeterhansel viene bersagliato di domande da un gruppo di giornalisti che all'80 per cento non ha mai vissuto una Dakar, ma c'è un collega norvegese particolarmente arguto, che fa domande interessanti. Questa intervista, a differenza della stragrande maggioranza dei colleghi che si incontrano in situazioni come questa, purtroppo, se l'è preparata benissimo.

Si comincia chiedendo a Stephane dove trova la motivazione per continuare a correre dopo così tanti anni e tanti successi. Il campione francese è alla sua 25. partecipazione, ma ci tiene a specificare che non le ha contate: "L'ho visto scritto sui giornali, me lo hanno detto i giornalisti, e quindi credo sia vero".  E poi risponde : "All'inizio, quando sono partito per la mia prima Dakar, si trattava di un sogno, della realizzazione di qualche cosa che avevo sempre sognato. Quando sono arrivato in fondo, il primo anno, ho capito che questa era la mia gara, e che sarebbe stata la mia vita. Sono ancora tante le motivazioni perchè correre alla Dakar per me, prima ancora di essere un lavoro, è soprattutto una passione". E non vale forse per tutti noi questa affermazione?

E poi visto che glielo chiedono spiega le differenze fra questa Dakar, in Sud America, e quella africana: "Quando correvamo in Africa stavamo moltissimo tempo in prova speciale, e per chilometri e chilometri ti poteva capitare di non vedere anima viva. I tempi (nel senso di cronometro) erano diversi, e se un giorno prendevi due ore di distacco da un altro pilota potevi ancora ambire alla vittoria, perchè i tempi, i distacchi, la gara in sè, era diversa. Oggi invece si gioca tutto su realtà più strette, più serrate. Il tempo è limitato e si gioca tutto sul filo dei minuti. Una panne meccanica anche solo di 15 minuti si può rivelare fatale perchè non riuscirai a recuperare mai quel ritardo". Gli chiedono quale posto, attraversato dalla Dakar gli sia piaciuto più di tutti gli altri, e lui risponde pensando all'Africa. "Ho corso 20 Dakar in Africa e credo che il sud dell'Algeria sia in assoluto uno dei posti più belli che abbia mai visto. La Dakar in Africa però ormai, con tutti i problemi politici che ci sono, non è più praticabile, e sono contento che si sia spostata in Sud America perchè ci ha dato l'occasione di vedere posti nuovi, bellissimi. Mi piaceva l'Africa, ma ora sono contento di essere in Sud America, anche se mentre corri non ti resta moltissimo tempo per guardarti intorno e vedere i panorami".

Gli chiedono poi come mai i francesi siano così forti, a livello di piloti, in tutti gli sport fatta eccezione per la Formula 1 (e mi chiedo, ed Alain Prost dove lo mettiamo?). La risposta in parte è fornita dallo stesso giornalista che parla appunto di trofei e discipline dedicate ai giovani, nel motorsport, ma non nei rally raid, e Stephane spiega il tutto in maniera semplice e chiarissima. "I francesi sono bravi alla Dakar perchè la gara l'hanno inventata loro; non dimentichiamo che Thierry Sabine era francese. Inoltre in Francia, se pensiamo ai rally, ci sono formule per i giovani molto interressanti, basta pensare per esempio a Loeb, oppure Ogier. Hanno cominciato mettendosi in luce in alcuni trofei che poi li hanno portati alla ribalta. Alla Dakar questo non è possibile perchè la Dakar è una gara che richiede esperienza, non solo abilità nella guida ! Un giovane non avrà mai vita facile in una gara del genere perchè non è un tipo di sport facile da promuovere. Bisogna pensare che noi corriamo su strade sconosciute, che non abbiamo mai provato prima e che non sappiamo dove vanno, non facciamo ricognizioni e l'esperienza è in assoluto la cosa che più conta negli equipaggi che corrono i rally raid. E questa non si può insegnare, bisogna apprenderla sul terreno, con anni e anni di gare ".

Come dargli torto ?