TransAnatolia 2017

link.png L'odissea di Yannick


Ho scoperto solo ieri sera, intervistando Yannick, numero 118, quanto segnalato da alcuni dei lettori di WRR relativamente ai piloti squalificati nelle prime tappe del rally. Nessuno ne aveva fatto cenno in sala stampa - come sempre avviene - e nessuno neanche aveva detto che nella terza speciale del rally i piloti erano stati stoppati dalla ASO perchè era troppo tardi e troppo pericoloso procedere. La storia di Yannick, vissuta dal primo giorno di gara aiuta a capire meglio alcune cose, ma soprattutto è una incredibile testimonianza di tenacia ed amore per questa gara.

Yannick è uno dei personaggi di questa Dakar 2014. Ha il numero 118 sulla sua Yamaha ed è completamente solo. Non ha assistenza, non ha un camion, un furgone, una macchina che si occupino di lui. Viaggia solo e si assiste da solo. Al seguito ha due casse – caricate sul camion casse dell'organizzazione – e due pneumatici.
Va in moto da quanto aveva 12 anni, è la sua passione, insieme al rugby che ha giocato a livello amatoriale ma che ora pratica suo figlio. Per lui si tratta della sua nona Dakar e ne ha finite tre sulle otto già affrontate negli anni passati. “ma in due occasioni ho rotto la moto al penultimo giorno”, dice. Tre le ha corse in Africa e sei, contando anche quella che si sta svolgendo attualmente, in Sud America, quindi praticamente tutte quelle organizzate dal 2009 ad oggi.
“Arrivare in fondo è la cosa più importante - dice il pilota francese - soprattutto quando sei completamente solo. E' l'unico obiettivo. Certo, potendo si potrebbe pensare ad ottenere un bel risultato, ma quando sei solo quello che conta è arrivare in fondo”. Già, il risultato: “Non sarebbe poi così impossibile, basterebbe non avere problemi, ma non è davvero questo il caso” e sorride tristemente.
Correre da soli, senza assistenza, è una scelta?
“Sì, è assolutamente una scelta. All'inizio no, alla mia prima Dakar non avevo abbastanza soldi e quindi l'unica possibilità per partire era venire da solo, stando molto attento a tutto quello che spendevo. Nel 2007 l'ho finita, senza assistenza ed una volta che la finisci, da solo, senza l'aiuto di nessuno è un qualcosa in più...Non torni più indietro”.
Poi ripensa all'amico perso pochi giorni fa, 'privatone' come lui, Eric Palante. “Eric lo diceva sempre, è quel qualcosa in più che gli altri non possono capire, ed è vero”.
Però ci sono gli aspetti positivi e quelli negativi..
“Certo, è molto più dura, direi quasi al limite umano. E lo è ancora di più adesso, perchè la Dakar va veloce, la selezione dei piloti ogni anno aumenta e per questo ci sono piloti sempre più rapidi, e la Dakar va avanti, progredisce”.
L'anno scorso c'eri, come ti è sembrata quella gara?
“C'ero ma ho rotto la moto il terzo giorno. E' stato incredibile, ho sofferto davvero tantissimo perchè era una cosa che non mi era mai accaduta prima. Mi è sembrato quasi di non aver neanche vissuto la Dakar. In tutte le altre edizioni, anche in quelle in cui avevo rotto all'ultimo giorno era stata una sofferenza diversa”.
Non eri neanche uscito dal Perù nel 2013, una ragione in più per voler arrivare a tutti i costi alla fine quest'anno...
“Soprattutto quando hai faticato tanto, e quest'anno sto davvero faticando tanto, non puoi neanche pensare di fermarti. Non ho fatto tutto questo per niente, ti ripeti, e questo ti aiuta ad andare avanti”.
Al traguardo arrivi spesso di notte...
“Sì, la maggior parte delle tappe le ho finite di notte, con il buio, quantomeno. Ma tutto è partito dall'inizio. Le cose sono cominciate male fin dal primo momento. Il primo giorno la moto ha fatto una cosa strana. Avevo l'impressione che scaldasse, più del dovuto, e il secondo giorno sono andato piano, aspettando che il motore si raffreddasse. Ho diviso la mia acqua con la moto. Ho smesso di bere per mettere l'acqua del mio camel back nella moto e proprio per questo ho avuto un colpo di calore. E alla sera, quando sono rientrato al bivacco, mi hanno detto che avevo bruciato la testa e l'unica cosa che potevo fare era cambiare il motore”.
Secondo giorno di Dakar e già un motore da cambiare...
“Per fortuna ne avevo uno, e solo uno, con me. Ma ero cotto, non avevo bevuto per tutto il giorno, mi muovevo lentamente e non ero lucido (tutto ciò accadeva al bivacco di San Rafael). Ho lavorato un po', ma malissimo, e alle 2 e mezza di mattina due amici sono venuti a vedere a che punto ero e mi hanno detto che non ci sarei mai riuscito. 'Tra tre ore devi partire – mi hanno detto – e non hai ancora smontato il motore vecchio per metter su quello nuovo. Non ce la farai mai. Tieni questo e riparti con lo stesso motore'. Mi sono sentito morire. Avevo fatto tutto per niente. Ho rimontato tutto quello che avevo già smontato sul vecchio motore ma al momento della mia partenza non avevo ancora finito. Allora sono partito, ho preso la tabella e poi subito fuori dal controllo orario mi sono fermato e ho continuato a lavorare sulla moto. Sono partito un'ora e venti dopo”.
E funzionava?
“E' proprio questo il buffo. Abbiamo fatto un tentativo perchè parlando con diversi meccanici mi hanno detto che poteva essere un problema derivante dal tappo del radiatore che non andava bene. Ed effettivamente l'ho cambiato e tutto si è sistemato”.
Wow – non riesco ad esclamare altro
“E già, incredibile, vero? Folle ! Ma quando ti manca la lucidità, per la troppa fatica, non ti rendi conto di nulla e pensi subito a cose più gravi. Nella mia mente mi ero detto la Dakar non poteva certo finire il secondo giorno ed ero pronto a cambiare il motore”.
E da qui sono cominciate le notti in bianco?
“Sì, quella è stata la prima notte in bianco, a San Rafael. Il giorno dopo avevamo la prima parte della tappa marathon di San Juan e sono partito in ritardo e poi ho continuato a lavoricchiare sulla moto anche durante la speciale e sono arrivato ad un certo punto al blocco...”
Quale blocco?
“C'è stato un momento all'interno della speciale in cui hanno fermato i piloti in ritardo perchè non volevano che restassero dentro alla tappa con il buio, lo ritenevano troppo pericoloso, e quando sono arrivato io stavano proprio fermando gli ultimi piloti. Non avevano però ancora le idee molto chiare, e nell'attesa che decidessero cosa fare mi sono buttato per terra e mi sono addormentato all'istante. Quando mi sono risvegliato, non so quanto tempo dopo, ho chiesto che decisione avevano preso gli organizzatori ma mi hanno risposto che ancora non sapevano nulla, ed allora sono ripartito. Ho giocato sul fatto che c'erano due vetture dell'organizzazione e l'equipaggio di una delle due mi ha detto, 'se te la senti, puoi andare'. E così ho fatto. Era un semaforo verde per me! Poco dopo ho trovato uno che mi ha detto di fermarmi ma io l'ho ignorato e ho fatto bene. Ho proseguito fino al bivacco ed è stata la cosa giusta perchè tutti gli altri piloti che si sono fermati sono stati messi fuori gara. La morale è che di tanto in tanto non bisogna obbedire”.
E a che ora sei arrivato al bivacco marathon?
“Sono arrivato al limite, alla notte, ma è stato il giorno dopo che ho risentito della stanchezza e di tutto quello che avevo già passato”.
E poi c'è stata la tappa Chilecito-Tucuman..
“Ah sì, il giorno del gran caldo. Sono partito con il mio orario, senza ritardi, ma sulle dune non ho fatto granchè bene. Sembrava che non sapessi più guidare sulle dune. Mi sono fermato, mi sono asciugato un po', ma mi hanno raggiunto le auto ed anche i camion. Sono risalito in moto ma mentre andavo ho sentito un forte bruciore al sedere, ed anche alla schiena, alle gambe. Mi sono girato a guardare ed avevo perso il tappo del serbatoio posteriore e di conseguenza era uscita tutta la benzina e mi era colata addosso. Mi sono fermato subito, streap tease nelle dune (sorride al pensiero) e mi sono lavato con l'acqua del mio camel back. Con le mutande che ormai non servivano più a nulla ho creato un tappo di fortuna e ho chiuso il serbatoio. Sono ripartito ma non avevo più acqua da bere. Andavo piano perchè sapevo che non avevo acqua...Grazie al cielo ho trovato degli spettatori che mi hanno riempito il camel back di acqua fresca, ho mangiato qualcosa con loro, mi sono riposato e sono ripartito, ma era sempre tardi. Allora ho pensato che se fossi entrato nella seconda speciale avrei potuto riposare un po' e poi ripartire il giorno dopo per continuare. Ho cercato di accelerare un po' i tempi, ma ero stanco ed ogni tanto ero obbligato a fermarmi. Però sono riuscito ad uscire dalle dune ed una volta attaccato il rio sarebbe stato tutto più facile. Solo in quel momento un elicottero si è posato e mi ha detto che la seconda speciale era stata annullata. Ero così contento che ho pensato di fermarmi a riposare e ho fatto un grosso errore...”
Come mai un errore?
“Perchè pensavo di recuperare la stanchezza ed il caldo ed invece no, al contrario. Il caldo non calava ed io mi stavo completamente disidratando. E quando ho deciso di ripartire non ci sono riuscito. Ho dovuto aspettare che il sole calasse, verso le sette di sera e sono risalito in moto, ma ero disidratato. Per fortuna ho incontrato due auto mediche. Come prima cosa mi hanno detto di fermarmi a dormire lì con loro, ma io ho rifiutato. Fuori questione – ho detto – altrimenti non riuscirò a ripartire in tempo domani. Ed allora mi hanno proposto di viaggiare in convoglio con un gruppo che si stava costituendo, con altre moto, altre vetture. Si trattava solo di aspettare qualche minuto, che ho sfruttato mettendomi per terra a dormire. Ma il tempo passava e il convoglio non si componeva e alla fine intorno a mezzanotte il convoglio non si è più formato e io mi sono trovato in piena notte a 15 chilometri dalla fine. Se non mi fossi fermato con loro sarei già stato fuori dalla speciale”.
E allora che cosa hai fatto?
“Ero arrabbiato perchè i miei fari non avrebbero illuminato abbastanza la pista per gli ultimi 15 chilometri ed allora i due Tango (le auto mediche) sono stati strepitosi. Una di loro è rimasta dov'era con le vetture ferme e l'altra mi ha fatto strada. E' partita davanti a me con i fari alti e io l'ho seguita, sfruttando la luce dei loro fari. E quando siamo arrivati al rio da lì ho continuato da solo. Sono uscito dalla speciale alle 3 e mezza di mattina”.
Ma a quel punto c'era il trasferimento fino a Tucuman, 231 chilometri..
“Esatto, e io non me lo ricordavo più. Non solo era lunghissimo, ma era anche brutta la strada. Mi sono fermato a far benzina e ho trovato un divano, nell'ufficio del benzinaio, mi ci sono buttato sopra e mi sono addormentato. Un'ora dopo mi sono svegliato e ho preso la strada, brutta, tutte curve, in certe zone su sterrato, e quando sono finalmente arrivato al bivacco ho visto che stavano partendo le vetture. Ho preso il road book, mi sono girato e sono ripartito verso la partenza della speciale. Lì c'era il camion balai che mi aspettava, i commissari, i medici. Sono arrivato e mi hanno dato il via. Ho passato il controllo e mi sono fermato. Ho messo la moto sul cavalletto, ho bevuto un po' d'acqua, e la dottoressa del Balai mi ha proposto di farmi una flebo, per reidratarmi. Ho accettato e poi sono partito per arrivare alla sera, prima della giornata di riposo”.
E finalmente ti sei riposato?
“Sì, era imperativo che mi riposassi, non potevo più continuare così, approfittando del mio fisico. Mi sono fatto una bella doccia, una buona colazione, un massaggio, una dormita senza mettere la sveglia. Mi sono messo a lavorare sulla moto intorno alle 14”.
E dopo tutto questo parlare gli chiedo se gli piace questa Dakar?
“Ah sì, mi piace moltissimo, questa è una vera Dakar ! - risponde senza esitare – ragione di più...”
E non conclude la frase, è ovvio che intende...per arrivare fino in fondo.