TransAnatolia 2017

link.png Una lettera anonima a cui rispondiamo....


Nei commenti al blog è arrivata ieri sera una lettera anonima, non firmata se non dall'indirizzo mail di spedizione che è tale Ester Maryland. Ovvio che dietro a questa mail c'è un pilota, ritirato da questa gara, che però non ha neanche il coraggio di presentarsi con il suo nome. Ma WRR non ha vergogna e pubblica questa lettera, non nei commenti, troppo facile, bensì proprio nel blog, in home page, con tanto di risposta a tutte le accuse che questo signore, che non ha neanche il coraggio di firmarsi con il suo nome, fa.

Ecco la lettera:

Cara Caracciolo,
Parli di stampa becera e poco professionale, dimenticando che è un settore a cui appartieni e nell'ambito del quale sguazzi cercando di sopravvivere. Difendi un baraccone quale la Dakar, che macina soldi sulla pelle dei piloti cercando di tenere in pedi un mito per alimentare il business, solo perché' lì' cerchi di ritagliarti uno spazio . Non sei quella che si propone anche come team manager? Racconti le storie di chi ti fa comodo solo perché ne hai un ritorno . E di chi non fa parte della tua cerchia , racconti solo stupidaggini.
Giornalista? Racconta che Palante n.122 e' morto ed è' stato cercato dall'organizzazione solo il giorno dopo! Uno che aveva fatto 11 Dakar...morto disidratato in una prova assurda dove la polvere delle macchine non consentiva di respirare e chiudeva i polmoni.
Racconta di stage assurdi fatti solo per eliminare il maggior numero di piloti perché' per l'organizzazione sono solo un costo.
Racconta di piloti in difficoltà' o feriti o in ipossia a rischio di infarto abbandonati a dormire ad oltre 4300 metri di quota in stato di ipotermia.
Racconta che a quella quota gli hanno fatto fare trial con moto che pesano 170 kg.
Racconta che per scendere c'è chi si è salvato per miracolo (Patronelli di dice nulla. E Faria?)
Safety? Non è un argomento che ti dovrebbe interessare ed interessare chi ti legge?
Non una parola! Caracciolo il giornalismo e' cosa seria o dovrebbe esserlo

 

E questa è la mia risposta.

Cara Ester - visto che questo è il nome riportato nella mail - il settore di cui io faccio parte è quello del giornalismo serio, in cui lavoro da 28 anni visto che ho cominciato come cronista in un quotidiano nel 1985. Ho fatto quella gavetta che oggi non esiste più e ho cominciato nell'ambito sportivo, passando prima dalla pallacanestro e poi al calcio nel 1988. Poi sono entrata nel mondo dei motori in quanto istruttore di 4x4 e copilota e da allora ho scoperto personalmente la Dakar che prima seguivo solo in televisione o sui giornali. Posso dire quindi di avere una lunga esperienza di Dakar, ben 24, vissute sulle mie spalle. Conosco questo mondo, ci ho lavorato dentro e anche dietro le quinte e so bene come funziona.

E' vero, non mi vergogno affatto di ammetterlo, mi sono proposta come team manager perchè con l'esperienza che ho di questa gara penso di essere una delle poche persone in Italia capace di fare gli interessi di una squadra in maniera intelligente e al di fuori di coinvolgimenti con Marche, o altro - visto che non ho un team - in argomento moto, assistenza e quant'altro. Dei piloti mi avevano chiesto di far loro da team manager (cosa già fatta negli anni Novanta nell'ambito automobilistico) e io mi ero resa disponibile e sarei stata disposta anche a non fare la giornalista in questa edizione per ricoprire al meglio il ruolo di responsabile di un team. La cosa poi non ha avuto seguito e io sono riuscita, impegnandomi personalmente e pagando con un prestito in banca la mia iscrizione come giornalista, e venire su questa edizione. Non ho clienti, non mi paga nessuno e svolgo il mio lavoro con passione perchè questa gara mi piace, fa parte della mia vita, ma negli altri mesi ho altri lavori ed altri settori da seguire in quanto giornalista ufficialmente iscritta ad un Ordine.

Non ho una cerchia, se non quella composta dai piloti italiani che cerco durante la giornata al bivacco correndo su chilometri di strade sterrate a piedi da una parte all'altra e purtroppo non trovandoli perchè arrivano alla notte tardissimo e non riesco a incrociarli. Raccontare che nelle prove speciali della Dakar c'è la polvere alzata dalle macchine o dai camion mi sembra sinceramente un po' scontato. Tutti lo sanno e tutti sanno che venendo a correre in questa gara si rischia la vita, ed anche la salute. A meno di non essere un pilota bravissimo e di non farsi raggiungere da auto e camion.

Come ha detto una volta Giovanni Sala in questa gara devi saltare il muro. Devi accettare di farlo, altrimenti te ne vai a spasso per le speciali. Puoi farlo o meno. Giovanni aveva deciso di non farlo. Si può scegliere, ma c'è sempre l'altra soluzione: stare a casa perchè se non capisci lo spirito della Dakar è inutile venirla a correre, è inutile legarsi agli altri piloti che hanno sacrificato tante cose per questa gara. Piloti e meccanici che vivono per questo evento, che ce l'hanno nel loro DNA, che fanno i debiti pur di venire.

La Dakar è la gara più sicura che c'è e lo spiegherò in un mio prossimo post. Ma ogni pilota deve avere l'intelligenza di conoscere i propri limiti. Forza mentale, fisica e soprattutto la tecnica sono i tre requisiti base per correre alla Dakar. Se non si possiedono, o se si pensa di averli e dopo un giorno si scopre che non è vero, meglio arrendersi e tornare a casa prima di farsi male. Funziona così in un sacco di altri sport.

Grazie della tua lettera, Ester. Spero che ti rispondano anche altri piloti che ci leggono e che hanno affrontato in passato tante e tante Dakar e sanno cosa significa questa gara, nel bene e nel male.

A proposito, suggerisco a tutti di ascoltare l'intervista di ieri di Stephane Peterhansel pubblicata su videochannel. Anche lui risponde seguendo il pensiero di tutti noi, dakariani veri !!