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link.png Dakar 2015: l'Odissea raccontata da David Castera


9000 chilometri circa, 13 tappe, 414 iscritti per un totale di 665 concorrenti. 53 nazionalità, 164 moto, 48 quad, 138 auto e 64 camion, con l'ultimo arrivato in ordine di tempo ieri, e di nazionalità italiana. Questi i numeri della Dakar 2015 che prenderà il via il 4 gennaio, ufficialmente, da Buenos Aires dopo un podiospettacolare il 3 pomeriggio, proprio davanti alla splendida Casa Rosada, con tanto di presidente della Repubblica argentina a sovrintendere il tutto, dopo due giorni di verifiche amministrative e tecniche a Tecnopolis, nel cuore della Buenos Aires moderna, scientifica e poliedrica.

Dakar 2015, conferenza parigiSi chiama ancora L'Odissea la 37. edizione, nonchè la settima in Sud America, ma David Castera il direttore tecnico della competizione annuncia una gara un po' più soft rispetto a quella del gennaio 2014. La seconda settimana però, sarà terribile ed i primi a dirlo sono proprio i piloti che hanno ascoltato con attenzione quanto detto dal palco del Pavillon Gabriel che per il quarto anno accoglie la presentazione ufficiale della Dakar.
“Abbiamo cercato di tracciare un percorso alternato, con giorni difficili alternati a giorni più facili perchè non è nostro interesse sfinire i piloti, perderli lungo la strada, decimare la carovana della Dakar. L'abbiamo visto in passato, mettere due o tre tappe difficili consecutive è un rischio inutile, significherebbe perdere i piloti, ci costringerebbe ad un certo punto ad annullare delle tappe, ad accorciarle per recuperare tutti. L'abbiamo visto accadere negli anni scorsi, oppure in Africa, bisogna essere molto prudenti nel mantenere il giusto equilibrio nelle difficoltà”. Lo spiega David Castera personalmente, raccontando l'incredibile lavoro che ha portato alla creazione di ben 24 road book, al posto dei tradizionali 13 – uno per giorno – ma poi ammette che questo lavoro si è venuto creando in questi ultimi anni. “Abbiamo lavorato in questo senso già negli anni passati perchè avevamo tante idee in testa che ora vengono via via realizzandosi. Creare dei road book diversi a seconda della categoria, moto, auto o camion, e a seconda delle diverse tappe che affronteranno in certi determinati giorni, è soprattutto una questione di sicurezza. Non avremo più i problemi sul percorso causati dall'incrociarsi dei diversi veicoli sulla speciale”. Ed è per questo motivo che ci saranno giorni di riposo alternati, prove speciali più o meno lunghe a seconda del mezzo, giornate intere lontani gli uni dagli altri.
“Non esiste un giorno facile nella Dakar, ma esistono giorni più complicati e meno complicati, ecco, noi li abbiamo alternati. Cambieremo molto il ritmo proprio per far entrare i piloti in speciali lunghe, oppure corte, veloci, oppure lente e navigate, facili, difficili, con passaggi in altitudine o in zone più basse. Questa è una Dakar che andrà corsa ed affrontata con la testa e colui che vincerà la Dakar quest'anno sarà il pilota più completo, in tutto. O almeno questa è la nostra idea di partenza”. Il percorso è più o meno conosciuto, a parte la tappa numero 11 – fra Salta e Termas - in cui ci saranno dei percorsi assolutamente inediti. "Ci sono delle cose nuove, certo, ma oggi noi corriamo in un territorio che conosciamo davvero bene. Moltiplicare i percorsi però ha significato gestire tantissime cose e richiede anche uno staff più numeroso, tante verifiche da fare e sicuramente ha complicato un po' il tutto, ma era una volontà che avevamo già da tempo, sapevamo già dove volevamo andare”. E poi si torna a parlare del nome, Odissea: “Sono persuaso – ripete Castera – che quest'anno sarà una gara meno dura rispetto all'anno scorso, sempre senza calcolare la meteo che in effetti nel 2014 ci aveva creato non pochi pasticci. Nell'insieme con la meteo favorevole sarà una gara  un po' meno difficile ma è impossibile dirlo perchè sarà poi il terreno a decretare il verdetto finale”.
E poi ci sono le tappe marathon, due per le moto e due anche per le auto e i camion, ed Etienne Lavigne direttore generale della Dakar ricorda che l'ultima volta che tutte le categorie coinvolte nella Dakar avevano affrontato una tappa marathon era stata nel 2005, nella epocale Zouerat-Tichit in Mauritania.
Il perchè aver creato questo “via vai” tra Bolivia e Cile, con i giorni di riposo alternati e i veicoli che vanno e vengono da un Paese all'altro è presto spiegato. “Ci sono due motivi principali – prosegue Castera – il primo di ordine logistico perchè non era possibile per noi gestire tutti i concorrenti insieme, bisogna pensare che in Bolivia non ci sono neanche le strutture necessarie per ospitare tutti. E il secondo perchè ci siamo resi conto man mano che organizzavamo le marathon separate che tornavano ad un concetto originario che ci è sempre piaciuto. Ogni pilota correrà praticamente da solo, nel senso che non si incroceranno auto e moto, gli uni non avranno le tracce degli altri da seguire, ognuno correrà per se stesso, facendo la propria gara, gestendo il proprio mezzo perchè sa che alla sera non avrà assistenza al bivacco. Abbiamo realizzato il nostro progetto di partenza, che ognuno si ritrovi nella sua corsa, navighi da solo, e creare delle corse diverse fra loro era esattamente il nostro desiderio”.