TransAnatolia 2017

link.png Alessandro Barbero e la sua prima Dakar in Sud America


BarberoAlessandro Barbero, 41 anni, è nato a Torino ma lavora da anni in Sardegna. Per la precisione a Capo Coda Cavallo, a pochi passi da San Teodoro, dove possiede e gestisce un albergo, il Capo Paradiso. Ma in questa fine dell'anno 2015 il paradiso è venuto a cercarlo al di là dell'Oceano, in Argentina...

Un albergo dove passano tutti gli anni personaggi come Helder Rodrigues (Yamaha ufficiale in questa Dakar 2016) oppure Jordi Viladoms (Ktm ufficiale) con i quali Alessandro ha preso l'abitudine di andare ad allenarsi e che di sicuro lo “cureranno” con particolare attenzione durante questa sua prima Dakar.
In realtà Alessandro ripete che questa è la sua seconda Dakar: “Due anni fa ho corso l'Africa Eco Race, sul vecchio percorso della Dakar, in Africa, fra Marocco, Mauritania e Senegal, e quella per me resta la vera Dakar, però dovevo venire anche qui, per completare il mio percorso”. Un percorso che per Alessandro è cominciato qualche annetto fa, per esempio nel 2007 con il suo primo Pharaons Rally, in Egitto, o con l'unica gara di campionato italiano motorally, “utilissima per capire meglio i segreti della navigazione” come dice lui stesso. Poi ci sono stati il Touareg Rally, il Merzouga e poi il Rally in Sardegna, anche se in questo caso Alessandro lo ha affrontato da solo. “Abitando lì ho pensato di aspettare la fine della gara e di ripetere le stesse tappe e speciali da solo”.
In Africa nel 2014 chiuse in quinta posizione assoluta e in seconda nella categoria riservata alle 450: “volevo fare la Dakar e l'ho fatta – ripete – quella vera”.
E oggi è qui in Sud America ed affronta il primo atto di questa gara mastodontica, le verifiche amministrative e tecniche di Tecnopolis. Non parla di strategie, giustamente. Per un pilota che è alla sua prima Dakar le strategie vengono in un secondo tempo. “Io sono in vacanza – sorride Barbero, che correrà con una Husqvarna – e per me questa gara significa tre anni di lavoro”. E solo una cosa conta: “Devo finirla...non so come, ma devo finirla”. E all'ingenua domanda “perchè?” risponde semplicemente “Perchè le cose che si cominciano si finiscono!”
E poi racconta la gestazione della sua prima Dakar, quella sudamericana: “Volevo farla da pilota privato, senza meccanico, appoggiandomi al “camion casse” (quello sul quale ogni pilota privato può caricare due casse e un paio di gomme di ricambio) ma sia Helder che Jordi mi hanno sconsigliato. Mi hanno detto che per la mia prima volta era meglio venire con un meccanico, che sarebbe stata meno pesante per me in questo modo, e così ho fatto”.
Corre con una Husqvarna da enduro: “che ho messo a posto da solo, ricostruendola in casa, aggiungendo e sistemando tanti piccoli dettagli e sono convinto che la moto sia fantastica, anzi direi la moto più bella della Dakar”, scherza.
In Africa, due anni fa, incontrò Fernando Prades, uno dei meccanici mito della Dakar e la loro collaborazione dura ancora, tanto è vero che lo spagnolo seguirà Alessandro in gara occupandosi dell'assistenza.
Mentre parliamo Alessandro gioca con un accendino e ammette candidamente: “io bevo birra e fumo, non va bene per un pilota?” ride. Il morale è alto e gli scherzi e le battute non mancano e quando si parla di preparazione fisica Alessandro spiega che “pedalo molto, mi sono preparato in bicicletta e poi anche con l'ossigeno. Ma io ho vissuto a lungo in alta quota, lavoravo a Sestriere con i miei. La nostra è una famiglia di alpinisti e quindi penso che l'altitudine, le speciali ad oltre 3000 metri non costituiranno un problema per me”.

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