KRKA 2018

link.png L'effetto dell'altitudine, con Manuel Lucchese


Che cosa significhi correre in altitudine lo racconta Manuel Lucchese, numero 80 sulla sua Yamaha in questa Dakar, partito 53° stamattina. Un pilota, un comune mortale. Non un numero uno, e neanche un top rider, una roccia, che nulla sente e nulla soffre.

 Mentre al traguardo tutti i top rider ammettono di non aver avuto problemi, Manuel invece non nasconde nulla di quanto gli è accaduto. “Oggi per me è stato un disastro – racconta – l'altitudine mi ha fatto addormentare in speciale e sono caduto, di brutto, mentre correvo”. Per fortuna a livello fisico non ha nulla, ma la moto è messa davvero male. “Ho rotto tutta la strumentazione e poi ho rotto i supporti dei due serbaoti dietro e aperto una fessura in quello davanti. Anche una delle marmitte si è quasi staccata, per non parlare di tutta la colonna della strumentazione”. Un bel volo, non c'è che dire: “Ho cominciato a sentirmi male, ero annebbiato, non vedevo bene e mi sentivo un po' affaticato e poi senza praticamente quasi rendermene conto sono svenuto. Mi sono praticamente addormentato. Mi sono risvegliato che ero per terra e che la moto era poco più in là a pezzi”.
Eppure non era la prima volta che Manuel Lucchese affrontava questa Dakar in Sud America, e neanche la prima volta che saliva in altitudine: “In realtà sì, fino ad oggi eravamo saliti di tanti metri ma in trasferimento e quelle poche volte che c'era passata la speciale era stato per poco. Non certo per 400 chilometri”.
E quando è riuscito a ripartire, dopo la caduta, le cose non sono andate meglio. “Mi sentivo spossato e mi sono reso conto che le mie reazioni erano lentissime. Andavo forte, giravo bene la manopola del gas, ma quando vedevo una curva e pensavo che dovevo frenare, le reazioni erano lente e tardavano ad arrivare. Inoltre quando frenavo non riuscivo a fare forza, tiravo la leva del freno, ma le dita erano leggere e non avevo forza”. Insomma un calvario, condiviso con tanti altri piloti. “Negli ultimi 40 chilometri ho trovato un sacco di altri piloti per terra; in un paio di casi mi sono fermato ad aiutarli, a tirarli su, pur facendo fatica, perchè sapevo che si sentivano come me, su altri ho visto che c'era già il pubblico che li stava aiutando. Io ho rischiato ancora qualche caduta, ma per fortuna poi sono riuscito a finire”. E Lucchese non ha dubbi sull'incidente di Renet: “Ho visto dov'è caduto e anche io in quella curva ho avuto una reazione lentissima. La vedevo, vedevo che si avvicinava e mentre il mio cervello pensava e mi diceva che dovevo frenare la mancanza di ossigeno e la debolezza del mio corpo mi impedivano di reagire. Secondo me a Renet è successa assolutamente la stessa cosa, visti anche i segni per terra”.
E per domani come farà con la moto? “Spero di riuscire a trovare il modo. Per fissare i serbatoi mi servono un paio di viti, magari le chiedo a qualcuno per strada, se trovo quanche ragazzino con un motorino. Ma domani sera al bivacco in Bolivia ci arrivo di sicuro!”