TransAnatolia 2017

link.png Una Dakar diversa per Marc Coma


Fino a oggi aveva lavorato dietro le quinte, in questi suoi primi cinque mesi di collaborazione con ASO. Ora a Buenos Aires sta toccando con mano cosa vuol dire stare dall'altra parte della barricata.

 Marc Coma dopo cinque vittorie alla Dakar, dopo oltre 10 anni di Dakar, a luglio è diventato direttore sportivo di ASO e oggi affronta la sua prima Dakar, stando dall'altro lato. Per lui una sensazione forte, ma che sa amministrare con la calma che lo ha sempre contraddistinto durante la sua lunga carriera di motociclista, nonostante le cose da fare siano tantissime.
Molte di più del previsto dato che anche il meteo si è accanito contro questa prima fase della gara che non è per nulla semplice: “El Nino è un fenomeno che ci tocca a livello globale – dice il catalano – e quindi noi siamo portati a pensare all'interno di questo contesto”. Anche lui parla del famoso MeteoMan e di quanto in questo momento – e mentre parla il telefono suona e i messaggi si susseguono, ricordando quello che accadeva giusto l'anno precedente al suo predecessore, David Castera – stiamo seguendo tutti le condizioni del percorso.
In realtà lui ha avuto peso sul percorso, pur essendo arrivato quando ormai le ricognizioni erano ben avanti. “Quando ASO mi ha chiamato in luglio per me è stata una sorpresa enorme. Come tutti i piloti pensavo che in questi anni sarei forse entrato nel mondo delle quattro ruote, dove avrei potuto correre magari ancora per qualche anno, oppure avrei continuato come team manager, perchè questo più o meno è il nostro futuro. Invece questa chiamata di ASO mi ha fatto pensare subito che era arrivato il momento per dare a questa gara quello che lei aveva dato a me in tutti questi anni”. E così Marc Coma è venuto subito a seguire le ricognizioni, a supervisionare quanto era stato fatto fino al allora e in macchina con Tiziano Siviero ha ripercorso le tappe, spostando, ridisegnando, dando indicazioni preziose a tutto il gruppo dei ricognitori grazie al suo punto di vista puramente motociclistico. “Il mio compito, secondo me, era far sì che le speciali fossero più lunghe perchè non volevo più che la Dakar fosse un rally sprint, come accaduto negli ultimi anni. Il motociclista sulla Dakar è in assoluto quello che soffre di più e per questo ho voluto che gli altri capissero qual è il ritmo di una giornata su due ruote. Alla fine penso che 10 anni di esperienza possano tornar utili, no?” E poi prosegue: “L'idea della super speciale di Fiambalà, con questa partenza che mescola moto, auto e camion mi girava in testa e sono contento di averla realizzata”. E scoppia a ridere il campione Ktm: “Pensavo di aver avuto una idea innovativa e originale, ero così contento...poi ho scoperto che la stessa cosa era già stata fatta sulla prima Dakar”.
Sarebbe contento Thierry Sabine di questa cosa, che anzi si può leggere come un omaggio nei confronti di chi questa gara l'ha creata, 38 anni fa. Quel Thierry Sabine di cui, il 14 gennaio, ricorrerà il trentesimo anniversario della scomparsa. Per un pelo la tappa con le partenze mescolate non si correrà il 14 – ma il 12 in realtà – ed è un peccato perchè in quel caso sarebbe davvero stato un segno forte, un riconoscimento, al di là dell'oceano, in quella terra che a Thierry piaceva tantissimo e dove fin dall'inizio avrebbe voluto organizzare la sua gara.

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