link.png Fabio Mossini..."un aggettivo per la Dakar? Devastante"


Fabio MossiniFabio Mossini, 36 anni,bresciano, endurista da sempre – impegnato nel Mondiale enduro dal 2007 e fino al 2012 - si è trasferito in Cile da circa 3 anni. Dopo una bella carriera in Italia, con tante soddisfazioni e vittorie, ha deciso di cambiare vita e di andare a vivere in Sud America, con la famiglia, lavorando per Honda Sud America, in particolare Cile.

Così quando a fine 2016 gli è arrivata la proposta di far parte del team ufficiale Honda HRC Rally alla Dakar 2017 lui non si è lasciato scappare l'occasione ed è venuto subito a far parte di questa grande famiglia.
Scoprendo tante cose, alcune positive altre negative, ecco a fine gara una carrellata a 360° sulle sue impressioni.
“Da appassionato e da pilota che frequenta questo ambiente devo dire subito che non mi aspettavo la Dakar così folle, così dura, soprattutto vissuta da dietro le quinte. Con questo non voglio dire che le assistenze facciano più dei piloti però davvero, tutto il palcoscenico che c'è dietro alla Dakar è inimmaginabile. La gente non lo sa, e ho vissuto con uno splendido gruppo per 14 giorni, forse di più, di gara intensa dove ognuno ha grandi responsabilità. E forse credo sia proprio questa adrenalina, queste responsabilità, questo senso del dovere che ti portano a non sentire la fatica”.
E conferma una delle caratteristiche tipiche della Dakar e dei suoi ritmi, il non sentire la fatica fino a che sei in 'ballo' per poi sentirla tutta insieme quando ci si ferma, quando la gara finisce.
“Ieri sera – a fine gara – siamo andati a cena tutti insieme con gli uomini Honda e alle 22 e trenta mi è scesa la catena. Mi è arrivata addosso tutta la fatica accumulata e non sapevo più come andare avanti. Tutto questo quando invece, la sera prima, a quell'ora stavo lavorando, e sono andato avanti fino all'una e mezza, forse le due, senza sentire la stanchezza. Lavoravo e ho pensato, ora vado a dormire, mi monto la tenda, gonfio il materasso e punto la sveglia...a che ora? Mah, verso le 3 e mezza. Realizzando che avrei dormito forse un'ora. Non te lo spieghi, davvero non te lo spieghi come fai”.
E di nuovo il confronto con la vita di tutti i giorni, con la quotidianità della vita...
“Quando sei a casa se ti fai una serata in discoteca e rientri alle cinque di mattina il giorno dopo sei piegato in due, per una sera, per una nottata. E qui abbiamo fatto 14 giorni con un ritmo e una responsabilità tali...probabilmente è proprio questa adrenalina che ti crea questa passione, che si vive così da vicino, con i rumori, i generatori che funzionano senza sosta, le moto, le auto, i camion al bivacco che appunto ti portano a vivere in un ambiente che davvero non mi aspettavo così forte, così intenso”.
Forse Fabio Mossini si aspettava qualche cosa di più soft?
“No, non più soft, però forse pensavo ci fossero più spazi e invece spazi non ce ne sono  e non ce ne sono mai stati. Forse anche per alcuni colpi di scena che hanno cambiato un po' le cose. Non saprei...le speciali annullate, il maltempo, le frane...non lo so. Per me è stata la prima Dakar quindi non so fare paragoni, però so che la rifarei, anche subito”.
Anche come pilota?
“Bè, come pilota...- ci pensa su un attimo – sì, mi piacerebbe però dirlo è un po' azzardato. Non ho mai preso in mano un road book e non so neanche da che parte si gira – scherza – e quindi...Certo come pilota mi sono reso conto che è molto affascinante e che quello che conta è portarla a termine, anche se quarantesimo, e penso che sarebbe una grande emozione. Ho visto piloti salire sul podio finale della Dakar con la propria moto e piangere, anche se sono arrivati cinquantesimi. Ovviamente da pilota professionista se dovessi correre la Dakar avrei intenzione di stare davanti, ed essere un po' protagonista. Andarla a correre nelle retrovie per una soddisfazione personale, o se dovessi aggiungere qualche cosa alla mia carriera, no, direi di no. Dal punto di vista dell'esperienza penso sia davvero una cosa grande e che andrebbe probabilmente fatta. Vanno valutate tante cose, ma forse se la vuoi fare non devi neanche pensarci tanto. E quindi al momento ci lascio un punto interrogativo. Sono contento di aver fatto questa esperienza con questo gruppo”.
Esattamente qual'era il tuo ruolo in questa Dakar ?
“Il mio compito, come diceva Martino Bianchi, help-man della parte logistica: sono stato per tutta la Dakar con Johnny Campbell su un camper, spostandoci da un bivacco all'altro, stando sempre molto vicino ai piloti perchè il generale manager, Martino appunto diceva che io da pilota sapevo di che cosa e quando avevano bisogno i piloti. L'occhiale, piuttosto che il casco, o il pantalone, quando ti puoi avvicinare e quando è meglio di no. Ho avuto il piacere per esempio di preparare sempre le lenti sugli occhiali di Barreda, di Metge, di Goncalves, montare l'interno dei caschi. Ho avuto un buon rapporto con loro anche se non ci si poteva mettere a fare delle gran chiacchierate, o delle battute perchè capivo quanto sfiniti arrivassero a fine giornata. Vuoi per il caldo, vuoi per il freddo, e comunque sempre per la tensione. E lo capisco benissimo”.
E' vero però che alla Dakar c'è un'atmosfera molto amichevole.
“Sì lo è, però io credo che quando tu hai una responsabilità come quella che per esempio poteva avere Barreda o comunque un pilota di punta, diventi un po' più...chiuso. Poi ognuno ha il suo carattere, c'è il pilota più estroverso che è capace ugualmente nonostante tutte le tensioni di scherzare. Però io ho sempre rispettato tutti...nel gruppo c'era chi era più estroverso e chi no. Rispetto il carattere di ognuno di loro perchè da pilota lo capisco, di più sicuramente di chi lo vede da fuori. Rispetto il loro lavoro, e quello che hanno fatto per Honda”.
Cosa ti porti a casa da questa esperienza?
“Mi porto a casa una bellissima esperienza, un grande ricordo e l'onore di aver collaborato con un team così prestigioso. E' un onore mio far parte di questa Casa perchè comunque ho un contratto con Honda Cile e sicuramente sarei felice di poterlo rifare un giorno, anche con lo stesso ruolo di quest'anno, o magari si presenteranno altre occasioni o altri ruoli. Però contento di averlo fatto, ho rivisto facce conosciute, come Botturi per esempio, tante persone che in questo piccolo ambiente e grande mondo, ho rivisto con piacere. Fa bene allo spirito e all'anima ogni tanto rivedere queste persone visto che io abito sulla punta del mondo, molto estrema, e faccio un po' fatica ad avere i contatti e queste vicinanze con loro. La Dakar mi ha offerto l'occasione di rivederli”.
La prima cosa che farai appena rientrato a casa...a parte dormire?
“Probabilmente dormirò anche tre giorni di seguito. E ci vorrà un po' più tempo per recuperare...da quel punto di vista la Dakar, se devo trovare un aggettivo...è devastante, ma te ne rendi conto solo quando finisce. Perchè quando sei là, quando inizia...sì mi sono reso conto che non si dormiva, ma si entra in un sistema che è adrenalinico, fatto di responsabilità, di passione tutto un insieme di cose che va. E la prima cosa che farò sarà anche pianificare la mia stagione 2017 con Honda, perchè a marzo inizierà la stagione e abbiamo alcune idee per poter potenziare un po' quella che è la mia presenza in Cile come pilota di esperienza a livello europeo, magari da trasmettere ai piloti cileni, sudamericani, corsi e quant'altro; lavoreremo un po' anche su questo aspetto. E lasciamo per ultimo il desiderio di tornare in Italia, a fare un giro, però non so quando”.

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