link.png Pandakar, scommessa vinta


DSC_0096.JPG“L'ho corsa in moto, poi in camion, e ora con la Panda, e l'ho sempre finita. Con la Panda è la terza, ma la prima finta, ma in totale credo siano 15, forse 16”.
Giulio Verzeletti non è solo il pilota della Fiat Panda numero 356 del team Orobica Raid, è anche l'unico essere umano al mondo ad essere riuscito a fare una Dakar con una utilitaria reale, non pompata sotto e modesta sopra, nelle linee, nell'estetica.

Da 1 a 10 felicità?
Ci pensa un nano secondo e poi dice “cento...- e subito aggiunge – mila. Nel senso che ci abbiamo lavorato tanto tanto tanto... era un po' una sfida personale e adesso ci siamo riusciti. A costo di sacrifici ma anche e soprattutto grazie ai ragazzi che ci hanno dato una mano” e li elenca chiamandoli tutti per nome “Antonio, Loris, Beppe, Paolo, Yuri, Marco, tutti tutti veramente. Li abbiamo fatti faticare, lavorare di notte, a tutte le ore, giù il cambio, e giù differenziali, e braccetti e ruote, radiatore l'altra sera. Li abbiamo fatti lavorare tanto ma loro sono stati impeccabili, ma non solo. Sono stati di conforto perchè in qualche maniera mi tiravano su di morale, anche quando eravamo distrutti “in qualche maniera facciamo” dicevano, ed è stato vero”.
E neanche l'ultimo giorno è stato tranquillo perchè Verzeletti-Cabini sono arrivati al bivacco stamattina alle 6 meno dieci...su tre ruote. Avevano forato subito fuori dalla speciale ma non ce la facevano più e di cambiare una ruota non si è neanche parlato. L'hanno consumata tutta, arrivando sul cerchio e anche l'anteriore dello stesso lato a sinistra, stava per cedere, già smangiucchiata sulla spalla.
Quando sono arrivati al cancello di entrata del bivacco, per timbrare la loro tabella, il commissario non li ha riconosciuti, o meglio, non ha capito che quella piccoletta tutta impolverata era in gara. Mentre tendevano la tabella da far timbrare ha cercato di farli allontanare dicendo che stava partendo la gara e che le moto dovevano passare. Voleva farli spostare nonostante loro avessero ancora in testa il casco e indosso la tuta ignifuga. “Ho iniziato a chiedergli se era matto e lui quando si è reso conto del suo errore ha cominciato a correrci dietro per scusarsi”.
Non poteva credere probabilmente che quella macchina avesse fatto tutta la Dakar. Una volta al bivacco si sono presentati al camion assistenza che ha tirato gù la ruota e le ha cambiate tutte per sicurezza, controllando al volo – perchè tempo non ce n'era – che tutto fosse a posto e rimettendoli in grado di ripartire per l'ultima ps di questa Dakar 2017.
“I ragazzi sono sempre stati accanto a me, Loris Calubini per primo quando ha assecondato per la prima volta questa sfida, sapevamo che era una cosa difficile però ci abbiamo sempre creduto”.
E ci sono voluti quattro anni ”in realtà no, dobbiamo calcolarne 10, da quando cioè abbiamo comprato il progetto. Poi noi ci abbiamo lavorato sopra cinque, sei anni e abbiamo partecipato quattro volte negli ultimi anni”.
C'è stato un momento in cui avete pensato non finiamo neanche questa volta?
“Sì, il giorno che abbiamo perso la ruota anteriore. Lì ho pensato che potevo aver combinato un grosso guaio mentre invece la robustezza e il lavoro fatto, praticamente hanno fatto si che la macchina non si sia fatta neanche un graffio ed è bastato rimettere su la ruota, pur senza colonnette, prendere i bulloni dalle altre tre gomme e ripartire. Poi certo, i momenti difficili in una gara sono tanti, per esempio quando abbiamo rotto il differenziale l'altro ieri e abbiamo voluto lo stesso entrare in speciale e questo ci ha compromesso la tappa, perchè l'abbiamo corsa tutta di notte. E quando siamo arrivati i nostri meccanici si sono messi a rifare il cambio sotto il sole, ad oltre 50 gradi...mi sono sentito davvero in colpa, con loro cacciati sotto la macchina a lavorare..mi sono venute le lacrime agli occhi perchè era colpa mia se stavano facendo quella faticata”.
E Antonio Cabini?
“Antonio è un altro di quelli duri nel senso che lui non molla mai, è sempre positivo “ma sì facciamo, andiamo...” ed è anche grazie a lui che ce l'abbiamo fatta.

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